I SANTINI DEL PRETE

di Paolo Bottari

Franco Santini e Raimondo Del Prete credono in una “artisticità diffusa” presente in tutti gli esseri umani e in ogni aspetto dell’esistenza. Operano insieme, dando forma a idee comuni mediante un comune linguaggio. Il loro lavoro procede in ambito artistico pur rappresentando ostinatamente le ragioni della non-arte, la quale intende, paradossalmente, richiamare all’arte tutti quelli che, come i ferrovieri Franco Santini e Raimondo Del Prete, non si definiscono artisti eppure in qualche modo lo sono. Artisti (forse) si diventa, purchè si faccia tesoro dei suggerimenti, reiterati e stringenti, dei due artisti-ferrovieri. Il loro orizzonte è l’affermazione erga omnes della validità dello strumento creativo quale motore utile per una superiore qualità di vita, in senso tanto culturale quanto umano.


di Pablo Echaurren

La materia prevede che esista un/'antimateria composta di antiparticelle bricconcelle che quando s'incontrano con le loro parenti sorelle positive generano tensioni radioattive, mesoni, raggi gamma, un vero putiferio della madonna che ti spedisce veloce verso il nulla. Figuriamoci perciò se l'arte non deve mettere nel conto l¹esistenza di una non-arte, una nona gioiosa posizione di autosospenzione, di autoesclusione dal Giardino del Giudizio Critico, dal Paradiso Analitico Ada-mitico che scodella a getto continuo giovani di tendenza, scalpitanti ai pali della partenza di una carriera foriera di allori, di onori, di paroloni, di pannoloni contro l¹incontinenza dell'ego che del resto del mondo me ne frego. Raimondo Del Prete e Franco Santini hanno i cognomi talmente altamente binari complementari, con jin & jang equamente miscelati e portati a livelli stellari, da aver dato vita alla bollata ditta di arte postale 'I Santini del Prete'. Essi sono dei veri fieri ferrovieri, autentici esercitanti in divisa d'ordinanza, fischietto (Raimondo è capostazione), martelletto (Franco è capo tecnico verifica sicurezza) e biglietto di viaggio omaggio, i quali si attribuiscono compiti speciali di intervento per il superamento dello steccato che tiene separato il cittadino normale dall¹artista fenomenale selezionato per l'ammissione al padiglione coglione della Biennale del Canal Banal Grande come il glande che se lo inchiappetta. Con la loro stessa presenza aboliscono ogni distanza tra specialismo e eclettismo. In alta uniforme ferrotranviaria hanno sfilato in diverse manifestazioni a carattere di rovescio della medaglia, di non-arte dunque, sventolando il loro stendardo assai gagliardo che reca scritto 'Multiplicité Creativité Solidarieté' oppure 'Somaro chi non conosce la differenza tra un artista e un ferroviere'. E sempre in perfetto orario, contrariamente alla loro azienda di riferimento, all'abitudine invalsa del ritardo cronico in uso presso le ferrovie dello Stato depresso in cui versa la nostra rete di ferrotrazione degna di un¹onorata meritata rottamazione. Per questo e altro sono stati insigniti dell'Ordine Patafisico della Giduglia e nominati Reggenti alla Cattedra di Clonazione Ferroviaria. In quanto mail-performer il loro lavoro parallelo cade a fagiolo, in perfetta coincidenza tra mezzo di trasporto (il treno), medium di supporto (la lettera) e tipo di rapporto (lo scambio, epistolare e/o veicolare). Quello che auspicano è una democrazia diretta, rapida, accelerata, intercity, una concezione allargata e partecipata. E' più difficile che un ferroviere entri nel regno dei cieli dei cimeli museali o che un artista professionista passi il concorso delle F.S. e diriga una stazione, una postazione di controllo per una sicura frenatura? Io opto per la seconda, comunque ai post-eri l¹ardua sentenza. L'uomo saggio e consapevole riconosce l'arte in rarissime cose e/o situazioni, tutto il resto è Non-Arte. L'uomo consapevole e saggio riconosce l'arte in tutti gli oggetti o/e le manifestazioni dell'universo, pertanto la Non-Arte è perla rarissima. (Ipse dixit et non pinxit).


I Santini Del Prete: un dilemma risolto                       

 di Bruno Sullo

La curiosa complementarità dei cognomi di Franco Santini e di Raimondo Del Prete ha permesso la costituzione di un soggetto unico e indivisibile, la cui riflessione ha condotto a una risoluzione semplice e naturale dell’antico dilemma dei rapporti tra arte e vita, consistente nel trasferimento tout court della quotidianità dell’esistenza (i segni del lavoro di Santini e Del Prete, ad esempio la loro divisa di ferrovieri) nei luoghi inconsueti del sistema arte: che provoca un dislocamento dei ruoli e una necessaria rilettura dei codici identificativi, operazione provocatoria ma non mistificante. Ma I Santini Del Prete vanno oltre: della disequazione che essi propongono in ogni occasione, non siamo artisti siamo ferrovieri, dilatano al massimo il secondo termine, estendendolo a qualunque attività della vita, e lo trasformano da positivo (siamo ferrovieri) a negativo (non artisti) coprendolo con la negatività contenuta nel primo termine. Lo status di ferrovieri diviene una metafora della vita, e questa è gettata nel mondo stereotipato dell’arte con conseguenze sovversive, ad esempio il recupero di quella “artisticità diffusa” che è presente in ogni persona, e in ogni tipo di attività lavorativa. È questa la non-arte, un’intuizione feconda che non è un rifiuto: essa infatti non nega l’arte (anche in termini logici il “non qualcosa” presuppone il “qualcosa”), ma dialoga con essa e porta nel dialogo tutta la forza e il coraggio della negazione. Questo complesso e impegnativo substrato ideologico è tradotto da I Santini Del Prete in un registro gioioso, giocoso, ironico: che rende lieve l’arte, libera dalle ombre di rabbia, o dalle aspettative sociali e politiche, o dai grandi impegni filosofici, per restituirla alla sua vera natura, al ruolo che le è più congeniale, un modo di vivere una vita migliore.


Who Are I Santini Del Prete And Why Do They Always Dress As Railwaymen?

by  Vittore Baroni

Like a hybridization between Abbott and Costello and Gilbert & George, Franco Santini and Raimondo Del Prete have merged into an indivisible two-headed entity called I Santini Del Prete. This joint company name has a lovely built in pun that is totally lost in translation. Prete means “priest” in Italian and Santini are the small holy images, often with a prayer on the back, that beggars used to give you in exchange for small coins outside churches on Sunday mornings. So the duo’s nickname sounds in Italian as something like “the priest’s holy images”. What exactly this religious twist has got to do with two adult men dressed in full uniform as railwaymen and showing up regularly at performance festivals and contemporary art exhibitions, is anybody’s guess. And are these stationmaster uniforms, or head technical supervisor dresses, or what? Their exact duty is probably of little relevance, since there are no railways and train platforms to be taken care of inside art galleries and museums. But uniforms are important a) to standardize their look as a duo, and b) to give ’em a certain reassuring air of authority. Anyway, there are some differences between the two, stemming from their geographical origins: Raimondo is from the South of Italy and Franco from the Centre. So the first has got a hint of Punchinello’s (Neapolitan mask) friendly vitality and the second retains the stone faced but witty demeanour of a Buster Keaton. It is more than a little surreal to see a full dressed stationmaster, not to mention two, blowing his whistle far from the train station: you do take notice, even more so than if he had been covered from head to toes with tattooes (everybody does that now, right?). The truth is that both Franco and Raimondo do work as railwaymen during their busy weekdays, so they simply keep their job’s uniforms on when they go around pursuing their non-art practices.

Non-art? Yes, you read that right. ISDP (short for I Santini Del Prete) do not pretend to be artists - they are railwaymen after all - so they consider themselves non-artists. They are in fact major champions of “non art”, the twin heroes of ephemeral creative gestures to be found in everybody’s lives, the serious researchers and theorists of the most amazing non-artifacts. If there is an antimatter opposed to matter, there should be a non-art opposed to art: this is their sound line of reasoning. To alert everyone about non art, they juggle in the space between art galleries and private homes (La Casa dell’Arte, “The House of Art”, is the small and homely museum they co-direct in Rosignano Marittimo near Livorno), they also mix ’n’ confuse the roles of art superstars and common workers, exposing collective “networking” ideas through their staged personae. The roots of ISDP’s non-art are in fact to be found inside the wonderful and underrated history of “mail art”, an activity that the two have practiced for a quarter of a century. Born long before the invention of the Internet, mail art was (and still is) a worldwide open circuit of one-to-one horizontal, free and democratic exchanges between all kinds of professional authors, amateurs and non-artists. Correspondence art is art injected into life to an higher degree than ever before: more than Dada and Fluxus, its respected older cousins. Mail art is an utopian’s dream become true, a (net)working model of planetary friendship and non-competitive collaboration. ISDP also often dream of peace, love and understanding, collaborating with other (non)artists in imaginative projects: they once exhibited a series of their “self-portraits” commissioned to various friends. In another series of lyrical photomontages, Raimondo and Franco picture themselves flying like free birds over their favourite cities. Their work mimics popular art, choosing as non-art vehicles - or “gadgets” as they call them - cheap and ephemeral media like postcards, soccer trading cards (we are World Champions, after all) and, yes, small holy images...

What ISDP do in person is not a theatrical act or a straight performance job. There is never a strong physical contact between the two, gags are light innuendos not slapstick. And you never see them crying, screaming or losing their temper. Mostly, they just signal their presence with simple gestures, such as carrying a banner (with slogans like “Multiplicity, Creativity, Solidarity”), leading the audience in a non-art procession, or directing a choir of non-singers. They are often mere “living installations”, whimsical reminders of trains arriving well past their appointed schedule, two real and quite normal railwaymen materialized in the middle of art festivals and show openings, those outerworldly spaces inhabited by alien weirdoes. If art is now everywhere and everyone can be an Artist with a capital letter, then it is so much more exclusive and cool to be real outsiders, proud working-class heroes and naive non-artists. “We are not artists, we are railwaymen!” is the motto that Franco and Raimondo didn’t steal from Devo. The fact that they decided to follow this statement to its extreme consequences with such an unrelenting energy and faith, is what really hits a deep chord. Why do we spend so much time looking at distant stars, when we may acknowledge the beauty and dignity of what is here around us right now? 



I SANTINI DEL PRETE E L’ARTE DEI TAROCCHI

 di Barbara Martusciello

Per inquadrare criticamente I Santini Del Prete bisogna partire dall’inizio: in treno. La frase non è scelta accidentalmente perché, guarda caso, i Santini Del Prete con i treni hanno un legame stretto, oltre che tra di loro… ma andiamo per ordine. Il livornese Franco Santini e il napoletano Raimondo Del Prete lavorano nelle italiche Ferrovie. Tutti e due in Toscana per scelta o necessità professionale, si sono incontrati molti anni fa a Rosignano Marittimo, divenuto comune di residenza di entrambi, scoprendo di fare più o meno lo stesso lavoro e, soprattutto, di interessarsi di arte contemporanea. Le vie misteriose del fato sono infinite, a quanto pare…

I due ferrovieri iniziano a sperimentare creativamente insieme e la cosa funziona tanto da farli decidere di accostare i loro singoli cognomi in un binomio artistico strepitosamente surreale: I Santini Del Prete, appunto. Per la nuova entità creativa arrivano gli inviti alle mostre, alle fiere e via di questo passo, come da prassi, sino a una partecipazione errante durante l’edizione della Biennale di Venezia del 1999.  Quello che in questa storia incuriosisce e interessa più di tutto, dal punto di vista critico, è la dichiarazione da parte dei due artisti, opera dopo opera, performance dopo performance, esposizione o evento, di non essere artisti ma… ferrovieri. Non è, questa loro, una negazione del loro valore o di quello dell’arte ma una presa di posizione che si può tranquillamente collocare tra Duchamp e… Totò. La vita entra prepotentemente nell’arte viceversa, scompagina i luoghi comuni e le verità assodate con una fragorosa rivoluzionaria “risata” che non “seppellisce” ma fa pensare e permette una crescita intellettuale ed esistenziale. Il motto da loro adottato –appunto: non siamo artisti siamo ferrovieri– e la particolare concretizzazione del loro lavoro in tante forme diverse vuole essere, prima di tutto, un’apertura del concetto stesso di arte che diventa o può così diventare “per tutti” e viaggiare senza mostrare la patente: iniziando da espressioni colte ma allo stesso tempo democratiche, di bassa tecnologia e bassissimo costo come la mail-art, fax e copy art. Da lavori che rientrano in tali linguaggi, i due ferrovieri-artisti (o artisti-ferrovieri?) approdano alla performance, usando il loro corpo per trasformarsi in oggetti d’arte: in divisa –vera, ma ormai fuori ordinanza– da ferrovieri. Indossando questi panni, praticamente quelli di tutti i giorni, agiscono in eventi di vario ordine e grado sottolineando l’aspetto quotidiano del loro operare e rivelando una faccia della medaglia dell’arte, per così dire, più domestica. I due non hanno soggezione della storia dell’arte, che conoscono tanto quanto il sistema che attualmente lo regola e con il quale scherzano seriamente. Giocano, infatti, con uno dei suoi ruoli-chiave, quello del Critico (e Curatore) d’Arte Contemporanea, facendosi supportare spesso da un loro critico personale (Patrizia Landi, ironia della sorte, figlia di ferrovieri) trasformato in teorico prêt-à-porter, viaggiante con loro e talvolta partecipe della performance. La memoria dei loro eventi, com’è quasi sempre prassi nell’esperienza performativa, resta in forma di fotografia e video: documentazione e anche, parallelamente, palesamento delle motivazioni concettuali del loro lavoro. E’ questo il caso, tra i tanti, dell’ultima loro fatica che li vede creatori di una serissima versione dei Tarocchi.

Con Giovanni Pelosini (ideatore e regista del progetto), vero studioso e competente in materia, hanno dato corpo ad una versione degli arcani maggiori. Come artisti-ferrovieri-artisti, lo hanno fatto alla loro maniera: ideando ventidue set che ricostruiscono una particolare rappresentazione delle figure delle magiche carte, ovviamente indossando la mitica divisa color carta da zucchero scuro. Inscenando una sorta di tablaux vivant all’aria aperta –nella splendida natura toscana, al mare o in campagna– o scegliendo altre location, hanno dato vita a ironiche ma corrette versioni del Mago, della Sacerdotessa, del Matto (unica in cui compare Pelosini), del Diavolo, della Temperanza o dell’Appeso… In alcuni casi ne hanno tratto performance ma sempre ne hanno reso immagini fotografiche che hanno poi usato per produrre quadri fotografici, fotografie vere e proprie –sia manipolate che nette– e strepitosi mazzi di carte ufficiali dei Tarocchi. In ogni caso, hanno lavorato sempre con le antiche simbologie della storia del mondo, della vita, degli uomini… I Santini Del Prete si confrontano quindi, stavolta, con gli archetipi; lo fanno compresi nella parte ma con un’incredibile vena ludica, ridanciana, irriverente e allo stesso tempo, paradossalmente, con rispetto –cosa molto toscana ma anche napoletana– tanto da sconfinare nell’apotropaico (“Non è vero ma ci credo”, ha detto teatralmente Eduardo). Trasmigrando da un contesto all’altro, contaminando linguaggi, scuotono il piedistallo di ambiti comunemente ritenuti alquanto intoccabili e indiscutibili –appunto: l’Arte, il suo Sistema, l’archetipo e l’esoterico e via di questo passo– forse per controllare che l’intera struttura tenga o, più probabilmente, provocandone un cedimento dell’aurea, una crepa nel (presunto) aristocratico muro per avvicinare ogni cosa all’uomo, alla vita reale, alla quotidianità e viceversa. Infatti, se beuysianamente ogni uomo è un artista, ogni artista si ricordi di essere prima di tutto uomo e come tale porti se stesso e il suo bagaglio di normalità nell’arte anche trattando la profondità e argomenti complessi. E’ possibile, ci indicano I Santini Del Prete, che sono artisti e ferrovieri: ma che nessuno osi pensarli creativi-della-domenica perché i ferrovieri, proprio come gli stessi artisti, lavorano tutti i giorni, feste comprese.

Roma, dicembre 2006


I SANTINI DEL PRETE ALLO S.T.A.P.

 Firenze 1997

di Angelo Bianco Chiaromonte

Nella risoluzione di un lavoro devono essere superati i linguaggi culturali, sociali, filosofici. Haim Steimbach

E’ lì, lo spazio è lì e puoi sentirlo. Gabriel Orozco

Ultimo di molti atteggiamenti artistici contemporanei sembra quello della necessità di ristabilire un rapporto stretto con la realtà, si sente la necessità di superare l’autoreferenzialità che ha giustificato molta dell’arte prodotta negli scorsi anni. Si scandaglia la possibilità di un confronto col mondo e stabilire con esso un rapporto privilegiato nella riconosciuta eterogeneità degli strumenti a disposizione. Infatti la produzione de I Santini Del Prete nasce dal presupposto che ogni operazione artistica è un qualcosa di realizzabile e non estraneo alla propria vita, addirittura “popolare” e nella testa di tutti identificandosi così nel pensiero beusyano e nel profondo desiderio di libertà che esiste in ognuno, puntando così sul recupero di un’identità individuale spesso messa fra parentesi da un’esistenza omologata e omologante. L’operazione prodotta per lo S.T.A.P. in apparenza sembra semplicemente un atto di de-contestualizzazione per cogliere il dis-abituale annidato dietro una lunga abitudine o per aprire duchampianamente l’attenzione sull’inesauribilità delle cose: in realtà un procedimento che non si basa sul rallentamento dello sguardo, sulla focalizzazione dei dettagli più insignificanti del quotidiano, ma sul rilevamento dell’ambiguità e della scambievolezza insita in tutti i soggetti. Gli artisti in questo caso ci mostrano come un soggetto comune, pur “restando” formalmente e sintatticamente lo stesso, possa essere trasferito in un altro discorso, in un altro spazio percettivo e fruitivo dove la domanda , come suggerisce il filosofo Arthur Danto, non è più “che cosa è l’arte”, ma “come mai qualcosa è arte e qualcosa di assolutamente identico non lo è più” ? Spostata dall’irrealtà dello S.T.A.P. la realtà cade ancora sotto i nostri sensi, è ancora corpo sensibile, ma anche corpo senza corpo. Essa lascia all’esterno il valore funzionale per assumere quel valore aurorale che l’arte per convenzione culturale già possiede. torna nella dimensione del consumo, del mercato, della vita: ma vi torna paradossalmente proprio abbandonando i luoghi del vivere, dell’abitare.

Il lavoro artistico così non si dà più con evidenza visiva, come manifesto, ma come innesco di un incessante “lavoro interpretativo intorno a dati di senso”. I Santini Del Prete sentono la propria vita come possibilità artistica che non ha bosogno di essere formalizzata, perché l’identificazione dei due termini (vita e arte) è un processo spontaneo inevitabile. Per questo non cercano alcun palcoscenico concettuale per trasformare la vita in operazione artistica e i mezzi di cui si servono sono solo documenti transitori il cui unico valore è nell’essere impregnati forse di afettività. Il “sentire” beusyano diventa il lavoro stesso, strutturato come una rete in cui niente viene pianificato alla perfezione. I due ferrovieri parlano senza mediazioni della propria identità e del rapposto con gli altri. Questo bisogno diretto colloca lo spettatore in una posizione frontale rispetto gli artisti stessi, prima che ai singoli frammenti del lavoro, riuscendo a collocarlo in una narrazione del vissuto quotidiano-sociale , in cui il piacere per il gesto minimo conduce alla creazione di performance leggere ed evanescenti quasi vaghe e impercettibili. Si ha la sensazione che un aspetto ludico rientri a base della loro progettualità di minima variazione dove anche lo spazio espositivo, citando la Parmesani, non è più per gli artisti “il luogo della raccolta e dell’esposizione, ma bensì la palestra, il ginnasio del valore della vita quotidiana, lo spazio dove si sperimenta la creatività”. Attraverso l’uso del corpo i Santini del Prete si sono scelti un soggetto di lavoro condiviso da tutti; è qualcosa di cui chiunque possiede un’autentica esperienza personale. I loro corpi si mantengono abbastanza neutrali come qualcosa attorno al quale si può girare intorno, riempirlo con le stesse vite di chi guarda. Non è didattico, non si tratta di dire alla gente come dovrebbe pensare… è aprire una nuova situazione esistenziale.


di Raffaello Becucci

Ammettono di essere figli di uno stipendio fisso. Si sentono parte di un sistema sociale, di un ruolo riconoscibile grazie all’uniforme che indossano giornalmente. Due amici nella vita e nel lavoro hanno deciso, per un caso del destino che non sempre si spiega, di unirsi in un gioco creativo. I Santini Del Prete (Franco Santini e Raimondo Del Prete) da più di dieci anni compaiono magicamente negli “stabilimenti” artistici. Proclamando, con una grottesca ufficialità, un ruolo che gli spetta e che si vogliono conquistare: quello di non-artisti. Loro sono ferrovieri prestati all’arte, ma se ci pensiamo bene cosa se ne fa il ferroviere dell’arte? Diciamo niente, allora ecco nascere l’antitesi, il contrario, l’opposto. Il ferroviere diventerà artista solo se il treno si trasformerà in galleria, e i passeggeri in critici e collezionisti. Per ora, i nostri amici in divisa si preoccupano di coprire un ruolo “avversario” all’arte: amichevole, simpatico, ma pur sempre avversario...

Tutto è iniziato all’Artestudio di Ponte Nossa, in provincia di Bergamo, nel 1992: I Santini Del Prete, vestiti con il loro abito da ferrovieri, hanno intrattenuto il pubblico della mostra con un concerto stornellato a due voci. Da li in poi è stato un susseguirsi di occasioni dove esporsi. Divisa sempre in ordine, il duo si addentra all’interno del sistema dell’arte rimanendone però distante. Recitando il ruolo di tutti i giorni, quello del lavoro con cui sopravvivono e fanno sopravvivere la famiglia: loro sono lì, in quell’immagine tanto buffa quanto tragicomica della vita.  Le esperienze si susseguono negli anni: oltre a presentare e a presentarsi in magistrali performance e azioni, questo duo di ferrovieri si esprime anche attraverso una serie di opere che hanno battezzato come “gadget”. Passatempi, divertenti giocattoli e souvenirs (gli oggetti-ricordo da tenere esposti sul comodino!), in maniera particolare sono “gingilli” che omaggiano la figura onirica dei Santini Del Prete. Loro sono l’opera e il gadget ritrae la coppia mentre recita con entusiasmo il motto: “noi non siamo artisti, siamo ferrovieri!”. Deliziosi regali-sorpresa, donati da amici artisti e artigiani che vogliono omaggiarli, diventano degli ex voto per ringraziare il treno di averli generati! La loro rivoluzione avviene anche con stendardi e striscioni (dove sono scritti slogan e frasi come “la non arte è… amicizia”, “la non-arte è…bolle di sapone”, o il motto-propaganda “multiplicitè creativitè solidarietè”…): altre volte sono delle sagome di legno a rappresentarli, in atteggiamenti scanzonati ed allegri, mentre volano sugli spettatori grazie a delle ali d’angelo… E qui entra il sogno del librarsi in cielo, grande sfida che hanno sempre preso in considerazione. L’utopia di vedere i binari dall’alto ha dato vita ad un progetto: un video, realizzato insieme a Franco Menicagli, li mostra svolazzare mentre sorvolano un tratto di ferrovia, la loro amata ferrovia. Finalmente possono, virtualmente (?) volare, provando un brivido di vertigine dall’alto, dando forma e speranza al mito ereditato da Dedalo ed Icaro.  Per I Santini Del Prete, il sogno va a braccetto con la sua messa in scena, sia fisica che immaginaria. Volare, per loro, è lo staccarsi dagli obblighi dei padroni (i proprietari del treno?), raggiungere l’assoluto e vedere tutto con una diversa prospettiva! L’ultimo tassello, per ora, del progetto di questi ferrovieri prestati all’arte è in uno “scrigno” appena inaugurato: a Vada, un paesino sulla costa Livornese, si è aperto il ricordo dei primi dieci anni vissuti a stretto contatto. Una stanza colma di materiale su di loro, un tesoro di testimonianze affettive della loro complicità. La casa spirituale e la tana in cui nascondersi: questa è la “Stuva dalla sculozza”, l’ambiente in cui I Santini Del Prete raccontano, con attenzione e scrupolosità, il loro mondo, le loro gesta ed imprese. Un piccolo e prezioso museo dove il visitatore non deve oltrepassare la porta d’ingresso, ma può solo sbirciare timidamente da una finestra. Intravede così un universo costellato d’immagini e ritratti, uno specchio in cui si riflettono solo loro, divertente satira della commedia artistica popolare.

Concludo questo testo (un breve ma intenso epilogo dentro la non-opera dei Santini Del Prete) con la migliore tradizione delle favole: e vissero felici e contenti, contribuendo a far respirare l’arte dal suo piedistallo, grazie al sorriso e alla maschera di due attori troppo calati nel ruolo di ferrovieri…

- articolo JULIET n.113 June 2003 -